Il Messia allevia adesso il dolore dell’esistenza. La figura del salvatore tra religione e filosofiadi Guido Ceronetti

pubblicato da millepiani

La Stampa 21.12.17

Il giorno 27 luglio 1656, Benedetto Spinoza, all’età di 24 anni, venne dalla folta comunità di Ebrei sefarditi della città di Amsterdam scomunicato e maledetto implacabilmente. In quel loro futuro geniale filosofo i suoi maestri d’ortodossia, i rabbini Menashé-Ben-Israel e Saul-Levi-Morteira, avevano visto ben più di un allievo prediletto. Era per loro un figlio sognato per la sua fantastica riuscita in ogni tipo di studio, e, al di là ancora, vedevano il figlio del ragguardevole mercante Miguel De Spinoza, presidente della «Carità ebraica», spiccare il volo tra i tetti della città come, forse, il Messia annunciato. Le idee che fecero respingere il genio della filosofia europea dai rabbini della comunità erano molto simili a quelle che fecero condannare al rogo dalle Inquisizioni papista e calvinista Giordano Bruno e Vanino Vanini.
Ripensando alle fantastiche tensioni di pensiero religioso dei Paesi Bassi di quel tempo, quando si trattò di scegliere tra la filosofia e la religione rivelata, tra la delusione e la rivalsa omicide dei suoi maestri, mi pare che il pane angelico della filosofia sia il solo a piantare nell’atmosfera ammorbata un segno un suono un fulmine di salvezza, a tracciare sopra di noi l’ineffabile diffuso bene che avverte, nel comporsi della natura attorno a sé, per miracolo vivo, tornato in patria dal fronte, Eric Maria Remarque nel 1918: «O Melampo! Gli Dei erranti hanno lasciato la loro lira sulle pietre, / ma nessuno, nessuno di loro può avercela dimenticata!»
Ma fu Messia, per Lucrezio, Epicuro; lo fu, per Hannah Arendt, Heidegger; per Kant, David Hume. La nostra sciagura fu che non dividessero il mare e non conoscessero Ordet, la parola che risuscita i morti.
Tuttavia… è degno di un Messia risuscitare i morti?
Se la vita è infinitamente triste, quale sorriso di Messia la può riscattare?
Perché Messia a misura di filosofo resta concepibile! E anche di guru indiano, di attori e attrici travolti da ondate di idolatria… Oggi l’azione dell’attesa, se attendere è un agire (Barbari di Kavafis, Tartari di Buzzati) appare fiacca. Il riflesso che ne sopravvive è risolubile nei rivoli di scolo delle utopie del Ventesimo.
«Digli solo che mi hai visto», manda a dire Sam Beckett al misterioso Godot atteso dai suoi due straccioni, ed è una battuta impervia; per renderla toreante con le emozioni bisogna chiarirla. Digli che mi hai visto, è interpretabile messianicamente così: hai visto in me la condizione umana nella sua sconfinata miseria, se lui viene potrebbe trasformarla in qualcosa di meglio, anzi se lui verrà le nostre disgrazie certamente sarebbero cancellate, tu digli che mi hai visto … diglielo! Con questa battuta, generosamente, Beckett ci fornisce, del suo capolavoro (che non ha avuto una regia italiana) una meravigliosa chiave, apparsa chiarissima ai reclusi di St. Quentin.
C’è di più, perché il Messia non venendo viene, come sempre, nel verso di Seferis, l’Ellade viaggia.
Dice il Filosofo degli anni messianici dell’Ottantanove, Louis-Claude de Saint-Martin in un sublime aforisma: «L’universo è sul suo letto di dolori, e tocca a noi uomini consolarlo».
La portata di questo pensiero è enorme. È l’interpretazione più vera, la porta che si apre sulla totalità della realtà messianica come riflesso di Gloria in una cloaca, che non è un futuro indatabile ma uno strenuo combattimento umano per la sua salvezza.