La vista, la parola, il cervello: due articoli

pubblicato da millepiani

Repubblica  3.12.17
Se il testo ci va alla testa
Gli occhi o la voce? Che cosa conquista di più il nostro cervello? E in che modo cambia la percezione nel passaggio dalla lettura all’ascolto? La neuroscienza ha una risposta per (quasi) tutto.
A partire da una figura ormai dimenticata
di Alberto Oliverio
Alberto Oliverio (Catania, 1938) è professore emerito e docente di Psicobiologia alla Sapienza di Roma e insegna Neuroscienze all’ateneo Salesiano di Roma. Autore di numerosi testi divulgativi e specialistici, il suo ultimo libro è Il cervello che impara (Giunti, 2017)

Che differenza c’è tra leggere un libro e ascoltarlo? Il nostro cervello è più coinvolto da una voce che narra o dai nostri occhi che scorrono sul testo scritto? E quale delle due esperienze ricorderemo meglio?
Per rispondere è bene partire dalle nostre radici. Sin dalle lontane origini dell’umanità l’ascolto è stato al centro dei rapporti tra persone, la parola è stato il mezzo con cui raccontare, condividere informazioni, trasmettere emozioni. È la parola che incanta i bambini quando i grandi raccontano loro una fiaba, un racconto che viene ripetuto più volte a richiesta dei piccini che amano immergersi nel mondo delle rievocazioni visive, negli scenari fantastici che prendono vita dal racconto. Ed è stata la parola trasmessa dagli aedi, gli antichi divulgatori di canti epici che narravano storie accompagnandosi al suono della cetra, a connettere il passato col presente attraverso la narrazione di fatti e leggende istruttive o stupefacenti. D’altronde, la parola parlata, l’oralità, fa capo alla struttura biologica del nostro cervello in cui sono presenti centri del linguaggio di antica origine: centri che controllano la produzione di parole attraverso appropriati movimenti dei muscoli dell’apparato fonatorio e centri che trasformano i suoni del linguaggio in significati. Così è fatto il nostro cervello, impostato sulle parole e sulla loro immediatezza, sulle emozioni che queste suscitano, sulle immagini che creano nella nostra mente.
La scrittura, nella storia dell’umanità, è venuta dopo: mentre le origini del linguaggio affondano la loro storia naturale in centinaia di migliaia di anni e dipendono da aree cerebrali selezionate per farci parlare e ascoltare, le origini della scrittura sono ben più recenti, un nulla in termini di storia naturale degli esseri umani. È per questo motivo che la scrittura, inventata poco più di seimila anni fa, non dipende da strutture del cervello scritte nei nostri geni: in tempi talmente brevi non è possibile che siano evolute delle reti nervose in grado di sostenere queste attività mentali.
Se scriviamo e leggiamo, lo dobbiamo al fatto che gli esseri umani hanno utilizzato per queste funzioni delle aree della corteccia implicate nelle funzioni spaziali: aree che rispondono a parametri quali in alto, in basso, a destra o a sinistra, criteri che sono al centro della nostra abilità di tracciare i segni elementari della scrittura, da quella cuneiforme ai geroglifici e via dicendo.
Dunque la parola parlata ha una sua naturalità più antica, è caratterizzata da un’immediatezza che suscita reazioni forti mentre la parola scritta implica un maggior distacco emotivo: attraverso l’alfabetizzazione gli esseri umani hanno sviluppato la capacità di reagire con distacco ponderando il significato, parola dopo parola. La lettura in prima persona fa sì che la mente si impossessi di informazioni critiche o si apra sugli scenari immaginari suscitati dalle opere letterarie mentre l’ascolto implica una sorta di presa diretta, ha un’immediatezza che dipende anche da un più semplice coinvolgimento del cervello.

Per quanto ci sembri semplice, infatti, leggere significa attivare la rappresentazione fonologica delle parole dipendente dai centri del linguaggio, la loro articolazione che implica l’attivazione di una specie di “voce interna” — la ripetizione subvocalica delle parole, cioè i movimenti virtuali di labbra, bocca e lingua che spesso i lettori meno esperti utilizzano apertamente anche nella lettura “muta” di un testo — e un processo di ricodificazione attraverso cui le lettere scritte, percepite tramite la visione, vengono tradotte in rappresentazioni fonologiche. Quando invece gli stimoli sono presentati nella modalità uditiva (ascolto delle parole) la ricodificazione fonologica, ovviamente, non è necessaria.
La lettura implica perciò un uso massiccio della cosiddetta memoria di lavoro (la capacità di mantenere per breve tempo un’informazione nella nostra mente per poterla elaborare), l’ascolto è meno impegnativo e richiede, per usare un’analogia informatica, meno risorse mnemoniche.
Rispetto alla lettura, insomma, la mente è meno impegnata nell’ascolto: ma è anche legata all’interpretazione dell’attore che legge, alla sua capacità di sottolineare emotivamente una frase, di sottintendere e alludere. In qualche modo, quando ascoltiamo, siamo condizionati dalla versione di chi legge come quando, al cinema, assistiamo alla trascrizione cinematografica di un romanzo. La lettura ci confronta invece con la fisicità del testo, comporta un’interpretazione fortemente soggettiva, dà più spazio ad associazioni mentali individuali. Leggere richiede un maggiore impegno, non ammette distrazioni mentre l’ascolto può implicare un’attenzione fluttuante, come avviene per molti aspetti della comunicazione orale… Un tempo non erano soltanto i bambini a beneficiare dei racconti di fiabe, della lettura ad alta voce ad opera degli adulti: nella letteratura ottocentesca troviamo frequenti accenni alla lettrice, una persona in grado di intrattenere le signore agiate o gli anziani dalla vista indebolita. Oggi, in un’epoca tecnologica, il posto della lettrice — o del lettore se preferite — è stato preso dall’audiolibro, dove la voce narrante, ricca di intonazioni, pause, sottintesi, vibrazioni emotive, ci riporta a una modalità di ascolto tipico dell’infanzia e del passato, al mondo degli aedi e dei narratori che, nelle campagne, intrattenevano i contadini raccolti nel tepore delle stalle, i filò del passato.
Ascoltare significa abbandonarsi al flusso delle parole, rilassarsi senza dover compiere il “lavoro” della lettura, un lavoro che continuerà ad appassionarci e a svolgere un ruolo centrale: ma il tempo della lettura può ben coesistere col tempo dell’ascolto, una pausa in cui è un’altra voce a occuparsi di noi.

Repubblica 3.12.17
Dal suono al silenzio (e ritorno)
Gli antichi declamavano ogni cosa.
Poi venne l’uomo che McLuhan definì “tipografico”: e lo studio diventò un fatto interiore. Oggi la tecnologia ci riporta alle origini. Perché leggere, in fondo, è anche un po’ pregare
di Franco Cardini
Franco Cardini (Firenze, 1940) è uno storico e saggista italiano, specializzato nello studio del Medioevo. Autore di numerosi saggi, insegna Storia medievale presso l’Università di Firenze e collabora con vari quotidiani italiani. Tra gli ultimi libri, I Re Magi (Marsilio, 2017)

Gli utenti abituali delle ferrovie sono per la massima parte gente che viaggia in “seconda”: specie i funzionari statali, per pochi dei quali è previsto il rimborso della “ prima”. Càpita però che il modesto viaggiatore debba comunque prendere il treno in una giornata di speciale affollamento: e debba quindi farsi per forza il biglietto di “prima”. Il top di tale esperienza è il viaggiare nella “ zona silenzio”: ma chi si sente giunto in un’isola felice, può andar incontro a imbarazzanti sorprese. Anzitutto non si può telefonare, neppure a voce bassissima; quanto alla conversazione poi, c’è sempre qualcuno che protesta. Sembra che il giudicare sul “tono di voce” sia una delle cose più arbitrarie al mondo. E allora, se il malcapitato ch’è stato più volte redarguito chiede al capotreno: “Ma insomma, cosa posso fare senza che qualcuno si lamenti?”, la risposta arriva naturale: “Leggere, ovviamente”.
Si potrebbe obiettare che no, che non è ovvio per nulla. E ricordare l’ormai classica lezione impartitaci da Marshall McLuhan nel suo celebre Galassia Gutenberg, laddove si contrappone “l’uomo tipografico” alla cultura orale tradizionale e si conclude con l’attribuire buona parte della schizofrenia che ormai da ogni parte ci minaccia all’abbandono di un metodo di lettura che, a voce alta, metteva in gioco almeno due dei cinque sensi — la vista e l’udito — a vantaggio di uno che utilizza soltanto la vista. Peraltro la lettura dei giorni nostri, che spesso si confronta non già con qualcosa di scritto con l’inchiostro su un supporto cartaceo bensì con labili segni che compaiono su un display, fino ai suoni che oggi ci rimandano gli audiolibri, ci ha disabituato a un mondo nel quale avevano il loro bravo ruolo anche il tatto e l’olfatto, e perfino l’udito era stuzzicato dal fruscio delle pagine. Chi ha avuto la fortuna di vivere nelle biblioteche d’una volta non dimenticherà l’odore, anzi il profumo delle vecchie carte e la gioia quasi sensuale che si provava accarezzando il duro cartone e il buon vecchio cuoio delle copertine. Quanto al gusto, le metafore sono quanto mai eloquenti: “assaporare le parole”, “gustare una pagina”, “divorare un libro”… Ma tutto ciò, non si può fare anche leggendo in silenzio, con i soli occhi? Chiunque s’intenda sul serio un pochino di lettura vi risponderà in termini perplessi. Per esempio, il vecchio Alessandro Manzoni consigliava di “leggere con la penna”, e aveva ragione: non c’è nulla di meglio di un passo copiato, cioè trascritto, oppure anche semplicemente riassunto, per penetrare sul serio negli anfratti e nei misteri di un testo. Certo, bisogna metterci attenzione e concentrazione: copiare con l’anima, non solo con gli occhi e le mani. Ma anche quando si legge in silenzio ci accorgeremo che, magari impercettibilmente, stiamo ripetendo quanto leggiamo. Non riusciamo a restar perfettamente muti. La parola letta con attenzione s’insinua sottile dagli occhi alle corde vocali e sale fino alle labbra, un po’ come succede quando ascoltiamo la musica. E, in fondo, proprio di musica si tratta. Peraltro, non è necessario pensare alla lettura monastica o a quella coranica nelle madrase, o a quella degli scolaretti cinesi che si addestrano a leggere in un idioma nel quale il tono e l’accento sono fondamentali. Chi ha udito leggere in coro dei bambini che stanno affrontando i primi rudimenti della lettura conosce la musicalità dei segni tradotti in emissioni vocali. D’altronde, leggere solo mentalmente fa risparmiare un sacco di tempo. Qualcuno di voi ricorderà le sensazioni che — era appena arrivato il fatale Sessantotto — ci vennero comunicate dal manuale di Lecture rapide
propostoci nel 1969 da François Richaudeau e da Françoise e Michel Gauquelin: e il disprezzo, che sapeva un po’ di futurismo, per tutto quel che procedeva lentamente, che faceva perder tempo. Il “buon lettore” doveva arrivare a leggere quindicimila parole l’ora: i metodi di “lettura rapida” prospettati, ancor avveniristicamente, nella Physiologie de la lecture et de l’écriture di Émile Javal, che è del 1905, sembravano divenuti necessari e obbligatori.
Eppure, fra noi, c’era pur qualche reazionario che ricordava ancora la lezione del Louis Lambert di Honoré de Balzac: il prodigioso lettore veloce, alla lunga, diventa matto. A parte il fatto che a leggere in silenzio e troppo in fretta si rischia spesso di non capirci o di non ricordare nulla: e di dover ricominciare da capo. Leggere lentamente, quindi; tornare a una lettura assaporata. Ciò rimetterà in circolo i metodi di lettura “a voce alta”? Non è detto. Esiste anche una lettura muta che, proprio in quanto tale, è più intima, più profonda, più preziosamente meditata. Quella domenica 17 giugno del 385 il trentenne rètore Aurelio Agostino di Tagaste, nella basilica che poi sarebbe stata detta “ ambrosiana”, s’incontrava proprio con lui, col grande terribile Ambrogio: e, come ha narrato nelle sue Confessioni (VI, 3), si stupiva nel coglierlo immerso in una lettura silenziosa, una lettura che somigliava alla preghiera del cuore. Perché leggere e pregare — il termine lectio, appunto, ce lo ricorda — sono operazioni profondamente affini: specie nelle religioni che conoscono una Scrittura Sacra e dove quindi il saper leggere (o l’ascoltar chi legge) è la necessaria porta d’accesso alla parola di Dio. Parola scritta, parola pronunziata; segno veduto, segno ascoltato. Proprio partendo da ciò si andò sviluppando, nella tarda antichità e nel medioevo, una letteratura “da leggere” alla quale se ne accompagnava — e non necessariamente come ripiego dinanzi all’analfabetismo — una “da ascoltare”. Sul piano dei generi letterari, per esempio, “ da leggere” intimamente, in silenzio, erano soprattutto i romanzi: specie le scene d’amore; mentre “ da ascoltare” — e quindi, per chi leggeva, da declamare — erano le “canzoni di gesta”, i poemi epici. Scandite, e magari gridate, se fate la guerra; tacete, o sussurrate, se vi apprestate a fare l’amore. Ma sussurri e grida, lo sapevamo anche prima di Ingmar Bergman, più che opposti sono complementari: e il rumore assordante della cascata può produrre silenzio. Ricordate Paolo e Francesca, che leggevano un giorno “ per diletto”, “ di Lancillotto, e come amor lo spinse”. Era lui che leggeva a lei sempre più piano, sempre più vicino; o lei che leggeva a lui sempre più intima, sempre più commossa? O tacevano entrambi, seguendo lo stesso rigo col cuore in gola, con gli occhi e con le dita che si sfioravano? Non lo sapremo mai. ?

L’autore
Franco Cardini (Firenze, 1940) è uno storico e saggista italiano, specializzato nello studio del Medioevo. Autore di numerosi saggi, insegna Storia medievale presso l’Università di Firenze e collabora con vari quotidiani italiani. Tra gli ultimi libri, I Re Magi (Marsilio, 2017)