Come non sia vero che Lutero prese martello e chiodini – Melloni sulle 95 tesi

pubblicato da millepiani

Repubblica 31.10.17
A ciascuno il suo Lutero. Secondo la tradizione 500 anni fa il padre della Riforma affisse le 95 tesi a Wittenberg
Un episodio mai avvenuto ma che dimostra quanta leggenda ancora circonda la sua figura. I mille volti del ribelle che cambiò il mondo in nome della fede – di Alberto Melloni

Aveva quarantacinque anni Lucas Cranach in quella fine ottobre del 1517. S’era guadagnato una prima fama dipingendo a Vienna crocifissioni originalissime, come quella del 1503 (ora a Monaco), con i condannati posti attorno a Maria e Giovanni. Dal 1505 era entrato a servizio dei principi elettori di Sassonia a Wittenberg: la “città” (duemila anime) in cui Federico il Saggio voleva far nascere un suo ateneo e dove era stato chiamato, poco dopo di lui, Martin Luder, monaco agostiniano, prima professore di etica e poi di sacra scrittura, autore di commentari biblici importanti. Figura inquieta e travolgente a cui viene attribuito un gesto che è entrato nell’immaginario collettivo: l’affissione, esattamente 500 anni fa, delle 95 tesi alla porta della chiesa del castello di Wittenberg.
Un gesto mai avvenuto: Lutero non prese il martello né i chiodi, non numerò le tesi, e non affisse proprio nulla; semplicemente sollevò in una serie di punti, in una disputa accademica, il tema della disgustosa compravendita delle indulgenze che svenava la Germania e minacciava la fede. Un appello ai dotti e agli ecclesiastici, che però, dopo pochi anni, assunse nella leggenda la forma eroica dell’affissione e della sfida. Una scena immaginaria che altri artisti hanno ritratto, e che è diventata cinema con Joseph Fiennes (quello di Shakespeare in love, per intenderci) protagonista di Luther (2003). Un’iconografia fasulla opposta alla quale c’è la ritrattistica di Cranach (e dopo di lui dei suoi figli), diventati i gestori dell’“immagine” di Lutero nei dipinti: da quello dal fondo immobile in cui spiccano lo sguardo e le occhiaie del riformatore a quello funebre che lo ritrae morto, con la faccia gonfia e la testa sprofondata nel cuscino su cui si spense trentuno anni dopo l’inizio di quella che tutti, a buon diritto, chiamano “la” Riforma.
Ecco perché adesso — ancora una volta, come a ogni celebrazione — il ricorrere dell’anniversario di quella svolta condita di leggenda interroga la coscienza delle chiese, la storiografia e la cultura: ponendo una di fronte all’altra le letture di quell’uomo, crinale e cerniera di mondi ed epoche. E ancora oggi, nel cinquecentesimo anniversario di quell’inizio la “cosa” Lutero domanda una interpretazione alla quale non sfugge nessuno: sia chi sa tutto di Lutero, sia chi ne sa niente, sia chi è a mezza via. Forte, fortissima è la tendenza a leggere Lutero come l’inventore della modernità e delle sue libertà.

Era la tesi dei suoi nemici e lo è stata per tanto tempo dentro il confessionalismo cattolico: dove appunto si dava del protestante come un insulto a tutto ciò che sembrava dotato di una dose di libertà e di coscienza di sé superiore a quella accettabile dal bigottismo ideologizzato. Ma è stata anche la linea di un apprezzamento sincero per il monaco che, cercando di spogliare dagli orpelli la vita di fede, è stato posto all’inizio di una età della soggettività. Sono i sostenitori di questa tesi che nella frase detta da Lutero davanti all’imperatore ragazzino Carlo V a Worms, col rischio di diventare l’ennesimo arrosto di riformatore — «qui io sto e non posso far diverso, amen» — notano che l’unica parola ripetuta era appunto io: un “io” nuovo, distante da quello del Quattrocento. È questo Lutero che a differenza di Colombo, partito per il nuovo mondo in cerca dell’oro necessario a fare la crociata su Gerusalemme e incappato in un continente sconosciuto, avrebbe invece scoperto, come scrive l’ultimo bel lavoro di Adriano Prosperi, il continente della libertà.
Falso? Assolutamente no: perché Lutero è personaggio così grande da portare e sopportare anche il rischio dell’eccesso di interpretazione. Così come è in grado di reggere e sorreggere la discussione sul suo essere l’ultimo dei medievali e il primo dei moderni, che vede dibattere in Germania i tre “tenori” della storiografia luterana, il grande storico berlinese Heinz Schilling (intervistato lo scorso giugno su queste pagine), Thomas Kaufmann e Volker Leppin. Ed è anche in grado si resistere alla insopportabile semplificazione che vede incarnata nella figlia del pastore Kasner (la cancelliera Angela Merkel) una cultura politica ispirata al rigore “luterano”, e in noi, terroni europei, una “cattolica” inclinazione all’autoindulgenza.
In realtà proprio le dimensioni teologiche, politiche, culturali di Lutero, domandano e impongono una lettura più profonda: che cerchi di capire non solo a cosa Lutero è “servito”, o a cosa si vorrebbe fosse “servito”. Ma cosa Lutero è stato e ha voluto essere: cioè un cristiano che in un mondo pronto ad accontentarsi di Erasmo e delle sue svenevoli finezze, ha travolto tutto ponendo davanti la fede, la scrittura, la grazia nella loro nudità. Con la durezza insopportabile di una persona insopportabile: insopportabilmente violento, insopportabilmente antiebreo, insopportabilmente ardente. Ma che dentro tutto questo ha portato una attesa di salvezza che ha cambiato il mondo e ha trascinato nella riforma anche il grande antagonista papista: perché, pur nella condanna e nel rifiuto, il papato dopo Lutero non è più stato quello di prima e ha dovuto iniziare una ricerca di autenticità evangelica di cui noi forse oggi vediamo non un approdo ma un frutto.
Oltre le tante maschere resta il nocciolo duro del personaggio: un cristiano deciso a porre la scrittura e la grazia davanti a tutto