Martin Lutero – Tre articoli

pubblicato da millepiani

La Stampa 29.10.17 – Martin Lutero. La purezza della fede in un mondo corrotto. Cinquecento anni fa il monaco tedesco negò l’autorità della Chiesa ma la sua Riforma si disperse nel settarismo Massimo Firpo


Non è storicamente accertato che Lutero, alla vigilia di Ognissanti del 1517, abbia affisso alla porta della chiesa del castello di Wittenberg le celebri tesi con cui condannava la vendita delle indulgenze.

Un testo in latino con cui sollecitava una discussione tra dotti teologi sui gravi errori impliciti nel credere che con un esborso in denaro si potesse cancellare non solo la pena, ma anche la colpa dei peccati, comprare quindi il perdono divino e addirittura far uscire dal purgatorio le anime dei propri cari. Una dottrina (e ancor più una prassi) aberrante, che trasformava la fede cristiana in un mercimonio e contrastava radicalmente con gli esiti cui era giunta la profonda crisi religiosa che aveva tormentato Lutero negli anni precedenti in cui, lungi dal placare le sue inquietudini religiose, l’ascesi monastica le aveva portate al parossismo.
Per quanto si sforzasse di essere un buon frate, infatti, il timore di dover essere infine giudicato dalla giustizia di Dio lo lasciava sgomento, nella consapevolezza che nulla di ciò che avrebbe potuto fare lo avrebbe reso degno di essere assolto da quella giustizia. Fu l’assidua meditazione delle lettere paoline che gli fece infine capire che la giustizia di cui parla la Bibbia non è quella con cui Dio onnipotente giudica gli uomini, contaminati dal peccato originale e quindi irrimediabilmente peccatori, ma quella che gratuitamente egli dona, «imputa» loro, purché abbiano fede nell’esclusivo valore salvifico del sacrificio della croce, credano cioè che solo la fede nella redenzione di Cristo possa renderli giusti agli occhi dell’Onnipotente.
Sola fides, soltanto la fede può salvare, non le opere, non i presunti e risibili meriti degli uomini, che non possono esistere davanti a Dio. Si comprende come la pratica delle indulgenze gli apparisse non solo scandalosa, ma anche tale da insinuare errori gravissimi tra i fedeli. Di qui la sua clamorosa protesta, che non sarebbe diventata una rivoluzione se i progressi della stampa non avessero consentito di diffondere in tutta la Germania migliaia di copie di quelle tesi incendiarie, subito tradotte in tedesco.

Un successo impressionante, che rivela il discredito in cui la Chiesa romana era sprofondata con le pratiche simoniache della curia e gli infiniti abusi, l’abissale ignoranza, l’endemica corruzione del clero e l’assenteismo pastorale di vescovi e parroci. La difesa di quelle tesi, e più in generale dei presupposti teologici su cui si basavano avrebbero condotto Lutero ad approfondire la sua riflessione teologica e a rendere sempre più netta la sua frattura con il papato, in cui finì con l’identificare e denunciare l’Anticristo. Nel 1520 la pubblicazione dei testi più celebri di Lutero, La libertà del cristiano, La cattività babilonese della Chiesa e Alla nobiltà cristiana di nazione tedesca, ebbe come conseguenza la sua condanna con la bolla Exsurge Domine, che egli diede alle fiamme sulla piazza di Wittenberg insieme con il codice di diritto canonico. L’anno dopo, convocato alla dieta di Worms, si rifiutò di ritrattare le sue dottrine, pronunciando al cospetto di Carlo V imperatore le celebri parole: «Qui sto io. Non posso fare diversamente». Messo al bando e scomunicato, dovette sparire dalla circolazione, nascosto dall’elettore di Sassonia in un castello, dove avviò la sua traduzione della Bibbia. Sarebbe morto nel 1546, a sessantaquattro anni, dopo aver scritto centinaia di lettere, opuscoli, trattati per difendere la sua dottrina e costruire una nuova Chiesa, dandone il merito solo alla parola di Dio cui egli si era limitato a dare voce: «Dio ha fatto tutto questo, mentre io bevevo la birra a Wittenberg», affermerà poco prima di morire. 

Insieme con lui e dopo di lui sarebbero venuti altri riformatori, Zwingli a Zurigo e Calvino a Ginevra, gli anabattisti, le sette radicali di vario orientamento, gli antitrinitari, i sociniani, i puritani, i quaccheri, i metodisti ecc. Lutero aveva pensato di annunciare la vera fede basata solo sull’autentica parola di Dio (sola Scriptura), ma il fronte protestante non tardò a dividersi e disgregarsi. Fu lui a rompere per primo la millenaria unità della christianitas medievale e a dar vita a un cristianesimo plurale. La stessa Chiesa romana, sia pure con grande ritardo, avrebbe tratto nuove energie proprio dalla reazione contro la Riforma. Ne sarebbe scaturito un «secolo di ferro» di dispute, di crudeli lotte intestine, di guerre sanguinose, di atroci persecuzioni, incapaci tuttavia di debellare quella pluralità di sette e confessioni. Sia pure molto faticosamente, la tolleranza avrebbe finito con l’imporsi, e ciò proprio grazie alla solitaria e coraggiosa protesta di Lutero che mai avrebbe voluto l’affermazione di quel cristianesimo plurale, diventato infine pluralista. Ennesima conferma, se mai ce ne fosse bisogno, di quell’eterogenesi dei fini che sembra talora configurarsi come una legge inesorabile della storia.

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La Stampa 29.10.17
La forza delle idee protestanti moltiplicata dal potere della stampa
di Mario Baudino

I pezzi più preziosi, oltre che fortemente simbolici, sono un ritratto di Martin Lutero a opera di Cranach il vecchio, oltre alle xilografie di Dürer: quella della Grande passione e le 15 dell’Apocalisse, provenienti in entrambi i casi dalle raccolte della Biblioteca Nazionale torinese. Ma la mostra Lutero, la Riforma, l’Italia che si apre martedì proprio alla Nazionale (fino al 30 novembre) rappresenta, al di là del valore artistico o museale dei singoli elementi, uno spaccato straordinario della Riforma e della sua rapida penetrazione a mezzo stampa al di qua delle Alpi. Tra opere originali – soprattutto libri -, riproduzioni e ricerche iconografiche racconta una storia che ancora oggi è largamente in ombra.
Senza l’invenzione di Gutenberg forse non ci sarebbe stata riforma, come osserva Massimo Firpo in questa pagina, ma solo uno dei tanti episodi di «eresia» e ribellione. E senza l’impetuoso sviluppo dell’industria editoriale, con centro Venezia, forse non ci sarebbero stati i riformatori italiani; in ogni caso non i magnifici libri qui esposti, una formidabile collezione quasi tutta proveniente da un privato torinese, oltre a tre rare edizioni del Savonarola fornite dalla libreria antiquaria Pregliasco. Il rapporto tra l’esagitato frate fiorentino e la riforma protestante pare remoto, ma le edizioni dei suoi sermoni fanno parte di un settore dedicato al contesto del sedicesimo secolo nel quale, tra profeti, eroi, apocalittici e invasati, si creò un clima culturale che preparava Lutero.
Le vere scoperte per il non specialista saranno però i volumi, altrettanto rari e di pregio, di pensatori come Pietro Martire Vermigli o del nobile canavesano Celio Secondo Curione che, come spiega in una delle ricchissime schede il professor Paolo Salvetto, «già nel 1523 leggeva i libri di Lutero, Melantone e Zwingli», cioè dei massimi pensatori della Riforma, e fu come molti altri – per esempio Francesco Negri, di Bassano del Grappa – costretto all’esilio. Questi riformati italiani si ritrovarono però tacciati a loro volta di eresia, anche nei paesi protestanti; nessun rifugio, nemmeno la lontana Polonia, meta ultimo di Bernardino Ochino e in generale del movimento italiano che contestava il dogma della Trinità, era davvero sicuro. E attraverso le loro storie travagliate, si intuisce il primo cammino dell’idea di tolleranza.
C’è poi una parte della mostra dedicata alla pubblicistica più popolare, con le immagini ferocemente satiriche verso il Papa di Roma, e soprattutto agli artisti: non solo Michelangelo, di cui è nota l’attenzione alle dottrine eterodosse dello spagnolo Juan De Valdés, e che veniva apertamente accusato per i suoi nudi di «porcherie luterane»; ma anche Lorenzo Lotto. Lo spiegano bene le immagini del San Girolamo penitente che, invece di battersi il petto con una pietra, come nell’iconografia ufficiale, la abbandona a terra concentrandosi sul crocifisso: perché, come predicava Lutero, è la fede e non le opere o il pentimento ad aprire le porte del cielo.

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Il Sole Domenica 29.10.17
Anno luterano
La santa moglie di Lutero
L’epistolario intimo di Martin con la consorte Katharina von Bora. E uno scritto di Zwingli inviato al riformatore
di Gianfranco Ravasi

Martedì prossimo saranno trascorsi cinque secoli da quel mercoledì 31 ottobre 1517, vigilia di Ognissanti, quando – secondo una tradizione dai contorni forse leggendari – Martin Lutero affisse alla porta della cappella del castello di Wittenberg le celebri 95 Tesi, considerate come la matrice della Riforma protestante. In questo anno “luterano” a più riprese abbiamo selezionato testi connessi alla svolta che visse la cristianità in quel secolo, per altro esaltante dal punto di vista della cultura umanistica. Questa volta abbiamo scelto di proporre una trilogia bibliografica piuttosto originale, a partire dal primo testo che offre le 21 lettere a noi giunte del più fitto epistolario che Lutero indirizzò alla sua amata Katharina von Bora, una monaca cisterciense che fuggì di nascosto con altre undici consorelle dal convento, affascinata dal messaggio di questo frate agostiniano ribelle.
Restio a sposarsi, Lutero alla fine cedette e il 13 giugno 1525 si univa a Katharina che allora aveva 26 anni, 16 in meno del suo sposo, dal quale ebbe tre figlie (Elisabeth, Magdalene, Margarete) e tre maschietti (Hans, Martin, Paul). La lettura delle lettere – indirizzate alla donna dai lineamenti massicci, analoghi a quelli del suo sposo, entrambi immortalati dai ritratti del grande Luca Cranach nel 1529 – è deliziosa a livello umano e rilevante sul piano storico-documentario. L’amore appassionato ma anche l’ammirazione intellettuale per la sua Käthe emerge già nella suggestiva sequenza degli appellativi usati che vanno dal «Signore» (sic!) accompagnato dal più solenne epiteto «dottoressa, predicatrice» fino alla «mia diletta signora della casa», «moglie santa e preoccupata» per la salute del marito (così nell’ultima lettera, quattro giorni prima della morte di Lutero, datata 14 febbraio 1546).
Ma accanto ad altri aggettivi teneri come «amabile, cara, gentile, dottissima», ci sono alcuni appellativi sorprendenti come «birraia» perché era abile nel preparare questa bevanda secondo un metodo probabilmente imparato in monastero, sulla scia delle antiche tradizioni che spesso permangono ancor oggi in vari conventi. Oppure la interpella come «giardiniera» perché coltivava orti e giardini, e persino come «ricca signora» per la tenuta di Zühlsdorf acquistata per lei dallo stesso Lutero da un cognato della donna. Sconcertante può sembrare l’appellativo «Signora del mercato delle scrofe» a causa di un frutteto che Martino aveva donato a Katharina e che era noto proprio come “il giardino del mercato delle scrofe”… Naturalmente lasciamo al lettore di gustare l’intimità di questo dialogo epistolare che intreccia spiritualità e concretezza quotidiana («Non trascurare le more di gelso… far decantare il vino… fare le finestre nel nuovo tetto e nelle pareti… ti mando delle trote…» e così via).
Importanti sono soprattutto le note storiche, i fremiti di tenerezza per i figli (Elisabeth morirà a otto mesi e Magdalene a 13 anni), l’avversione umorale per gli ebrei e le polemiche teologiche. A quest’ultimo proposito è da segnalare nella prima lettera del 1529 un attacco a Zwingli, il riformatore svizzero che negava la presenza reale di Cristo nell’eucaristia d’intesa con un altro teologo, Ecolampadio che la riteneva solo «segno del corpo di Cristo». Lutero, che in questo si rivela ancora “cattolico”, non ha esitazioni: «Penso che Dio li abbia resi ciechi». Questa nota ci permette di passare al secondo volume della nostra trilogia. L’editrice Claudiana ha, infatti, deciso di inaugurare una collana di “opere scelte” di Huldrych Zwingli, nato nella Svizzera orientale nel 1484, parroco cattolico avvicinatosi alla Riforma dopo una profonda crisi spirituale nel 1519.
Ebbene, la prima opera di questa collana è il saggio teologico Amica exegesis che Zwingli compose nel 1527: si tratta proprio di una replica “amichevole” che egli indirizza a Lutero che l’aveva attaccato con veemenza sulla questione eucaristica. La sua è un’argomentazione sostanzialmente biblica, basata su una minuziosa esegesi del Nuovo Testamento e in particolare del Vangelo di Giovanni, perché in esso si legge – all’interno del discorso tenuto da Gesù nella sinagoga di Cafarnao sul «pane di vita» – che «è lo Spirito che dà la vita, mentre la carne non serve a nulla» (6,63). La conclusione generale che Zwingli trae è radicalmente diversa dalla dottrina cattolica e luterana: Cristo non è presente nel pane e nel vino della cena eucaristica, bensì nell’assemblea dei credenti, che sono il suo vero “corpo” vivente nel tempo. Il dettato è molto caloroso e interpella direttamente Lutero del quale si intuisce l’ardore polemico che Zwingli rintuzza in modo pungente, talora venato di ironia, ma anche rispettoso del genio dell’avversario “dottissimo” ma invincibile nella sua ostinazione.
Nel 1523 Zwingli aveva convinto i magistrati di Zurigo ad adottare 67 testi (Schlussreden) per una riforma religiosa che superava in radicalismo quella di Lutero, promuovendo un cristianesimo austero, essenziale e spoglio di elementi sacrali. Berna, Basilea e Sciaffusa lo seguirono, mentre la dura reazione dei cantoni cattolici generò uno scontro bellico nel quale il riformatore trovò la morte l’11 ottobre 1531. Il suo vessillo ideale sarebbe stato raccolto dal calvinismo che alla fine assorbì il movimento zwingliano. Parlavamo di radicalità ed essenzialità spirituale. In un certo senso possiamo assegnare queste caratteristiche anche al terzo soggetto che introduciamo: sono le cosiddette Assemblee di Dio che incarnano un “pentecostalismo” di genesi americana, ma espanso in altri continenti e quindi anche in Italia. È considerato come una sorta di “risveglio” all’interno del protestantesimo storico, un “revival” spirituale che ora tre autori studiano nel suo manifestarsi storico soprattutto nella nostra storia repubblicana.
Sorte nel 1914 a Hot Springs come un network, le Assemblee di Dio sono poi divenute una “denominazione” con una sua identità che si ramifica in diverse comunità nazionali autonome per un totale di 67 milioni di fedeli. In Italia, dopo la persecuzione fascista, si sono costituite con un riconoscimento giuridico e con un’Intesa di Stato, dotandosi di varie sedi, di un istituto di formazione, di opere di assistenza e associando circa 150.000 fedeli. Un volume ne ricostruisce ora la vicenda storica sulla base anche della documentazione archivistica delle singole comunità disseminate nel nostro paese, soprattutto nel Meridione, ricomponendo anche la rete delle relazioni internazionali e di quelle con lo Stato italiano a partire dalla Costituente. A quest’ultimo riguardo è significativa l’introduzione della nozione di libertà di culto che permise al movimento pentecostale di uscire alla luce del sole. Rilevante fu l’opera di un deputato che avrebbe attraversato a lungo la storia repubblicana, l’on. Luigi Preti (1914-2009): fu lui a far sopprimere il riferimento alle limitazioni per l’esercizio del culto non cattolico. Una storia, certo, di minoranze che hanno però una loro presenza spirituale e sociale viva nel mosaico della nostra comunità nazionale.
Martin Lutero, Lettere a Katharina von Bora , a cura di Reinhard Dithmar, Claudiana, Torino, pagg. 72, € 8,50
Huldrych Zwingli, Amica esegesi, a cura di Ermanno Genre, traduzione dal latino di Marco Zambon, Claudiana, Torino, pagg. 451, € 45
Dayana Di Iorio, Salvatore Esposito, Alessandro Iovino, Liberi per servire. Le Assemblee di Dio nella storia repubblicana , EUN (Editrice Uomini Nuovi), Marchirolo (Varese), pagg. 238, € 15
Si veda anche: Lutero, Opere scelte. 16. Da monaco a marito. Due scritti sul matrimonio (1522 e 1530), a cura di Paolo Ricca, Claudiana, Torino, pagg. 284, € 19,50