“Tristano, troppo Tristano: Nietzsche prigioniero di Wagner” – in scena a Torino

pubblicato da millepiani

Nietzsche-und-Richard-Wagner

‘La Stampa’ – di Maurizio Assalto

«Si può immaginare un uomo che sia in grado di ascoltare il terzo atto di Tristano e Isotta […] senza esalare l’ultimo respiro sotto la spasmodica tensione di tutte le ali dell’anima? Un uomo che […] abbia avvicinato l’orecchio per così dire al cuore della volontà universale, che senta riversarsi di qui in tutte le vene del mondo, come fiume tonante o come delicatissimo ruscello polverizzato, la furente brama di esistenza, non si spezzerebbe forse subitamente?». È il 1872, e Friedrich Nietzsche esprime così, nella Nascita della tragedia, l’entusiastica ammirazione per l’opera che in questi giorni proprio a Torino, la città dove si compì il suo dramma esistenziale, inaugura la stagione del Regio.

Il filosofo tedesco (al momento più filologo) ha 28 anni ed è ancora pienamente immerso nella sua fase schopenhaueriana e wagneriana. E le parole di Tristano morente – «Ahimè, che cresce, / pallido e pavido, in me del giorno / il folle assillo; / bugiardo e stridulo / l’astro diurno / mi desta la mente / agli inganni e ai fantasmi» – sono quasi una traduzione in versi delle concezioni di Schopenhauer sul «velo di Maya» alla radice del principium individuationis; così come quelle di Isotta che chiudono l’opera – «Nell’ondeggiante marea, / nell’immenso fragore, / nella palpitante pienezza / del respiro del mondo, / naufragare, / annegare, / inconsapevole, / estrema estasi!» – danno voce all’estremo approdo della sua filosofia, quando la voluntas (di vivere) diventa noluntas.

«Ogni fibra, ogni nervo»

La scoperta di Wagner e della sua opera «capitale», «risanatrice», risale a dieci anni prima, quando il giovane Friedrich – nato in una famiglia di musicisti dilettanti ed egli stesso appassionato melomane, nonché volonteroso compositore fin da bambino (capita ancora, ogni tanto, di ascoltare i suoi Liederin qualche serata concertistica) – ne aveva ricevuta una riduzione per pianoforte. Il Tristano sarebbe stato rappresentato per la prima volta, al Munich Hofoper, soltanto tre anni dopo, ma è da quel momento, ricorderà Nietzsche in Ecce homo, che «fui wagneriano». Quella musica lo percuoteva nell’intimo del suo essere fisico e spirituale: «Ogni fibra, ogni nervo vibra in me», confidò in una lettera all’amico filologo Erwin Rohde. Quello con Wagner era un incontro fatale che avrebbe segnato tutta la vita del filosofo, un’ossessione di cui rimase prigioniero e che ne avrebbe attraversato l’opera da un capo all’altro, riemergendo di continuo, anche dopo l’insanabile rottura.

I due si erano incontrati la prima volta nel 1868, a Lipsia, ma cominciarono a frequentarsi intensamente soltanto dall’anno successivo: quando Nietzsche, venticinquenne, aveva ottenuto la cattedra di lingua e letteratura greca all’Università di Basilea e di lì aveva agio di recarsi nella vicina villa di Tribschen, sul lago di Lucerna, dove Wagner si era ritirato in fuga dallo scandalo scoppiato a Monaco per la sua relazione adulterina con Cosima, figlia illegittima di Liszt, di 24 anni più giovane. Da quegli incontri – 23 in tre anni, annoterà il filosofo – nacque un’amicizia asimmetrica fatta di scambi intellettuali in cui però era soprattutto Nietzsche a subire l’influenza del più anziano musicista – ma anche la personalità della sua compagna.

Dionisiaco e apollineo

È stando a contatto con il Maestro che il futuro profeta del Superuomo sviluppa le concezioni confluite nella Nascita della tragedia, il cui titolo completo – giova ricordare – è La nascita della tragedia dallo spirito della musica, ovvero Grecità e pessimismo. Il vero senso dell’antica arte drammatica che conobbe il suo fulgore con Eschilo e Sofocle consiste nella fusione dei due impulsi originari che si agitano nello spirito ellenico, il dionisiaco che avverte con sgomento la irriducibile irrazionale caoticità dell’essere, e l’apollineo che, come reazione di difesa, crea il mondo delle belle forme definite. Nella tragedia il dionisiaco è rappresentato dalla musica, l’elemento primario e universale che produce incessantemente le immagini e le parole, mentre l’apollineo è la vicenda dell’eroe cristallizzata nei versi. In altri termini, è il testo che segue la musica, e non viceversa.

Sepolta la tragedia greca – uccisa dal razionalismo ottimistico di Euripide (allievo ideale di Socrate) che relega Dioniso in secondo piano fino ad annullarlo -, Nietzsche ne vede una reviviscenza nelle opere wagneriane, sgorgate «dal fondo dionisiaco del popolo tedesco». Un’illusione destinata a esaurirsi presto. Nel 1873 il compositore inaugura il suo tempio musicale a Bayreuth, e Nietzsche, che ha salutato l’evento come l’alba di una rivoluzione culturale, comincia a nutrire i primi dubbi. Nella corte che circonda il Maestro in questa città, dove lui stesso si reca ripetutamente, si sente a disagio, realizza poco alla volta che «l’uomo che ha dato un linguaggio a tutto ciò che nella natura non aveva ancora voluto parlare» (così in Richard Wagner a Bayreuth) è in realtà «un romantico disperato divenuto marcio» (Umano, troppo umano) che tutto amplifica in una inarrestabile deriva sfociata nell’eccesso retorico pangermanista. Agli appunti di carattere tecnico-musicale si accompagna il progressivo distacco ideologico dal musicista che rivaluta il cristianesimo e si appoggia alla ricca borghesia nazionalista e antisemita, così tradendo la propria missione universalista.

Un fascino pericoloso

Alla fine, nell’agosto del ’76, Nietzsche fugge dall’aria soffocante di Bayreuth, dalle sue «canaglie sfaccendate», dalla sua «arte equivoca, smargiassa e afosa», e nel novembre dello stesso anno, al culmine di una serie di reciproci sgarbi e incomprensioni, arriva la rottura definitiva. A Natale il filosofo scrive ancora una lettera a Cosima: «Ciò che è stato grande è rimasto grande: anzi, lo è veramente soltanto ora». Poi proseguirà sulla sua strada, lontano da Wagner, lontano da Schopenhauer, verso la Volontà di potenza e le danze libere e felici del Principe Vogelfrei e di Zarathustra. Ma anche nella dottrina dell’Eterno ritorno, proclamato da quest’ultimo, come non vedere una lontana reminiscenza delle parole di Tristano momentaneamente riavutosi prima della fine – «Ero / dove da sempre fui, / dove per sempre vado»? Al Maestro di cui era stato devoto ai limiti del fanatismo Nietzsche non smetterà mai di pensare. E in Ecce homo, scritto nell’88, all’estremo limite della propria vita cosciente, tornerà sulla sua ossessione: «Ancora oggi vado in cerca di un’opera che abbia il fascino pericoloso, la dolce e tremenda infinitezza del Tristano. […] Il mondo è povero per chi non è mai stato abbastanza malato da godere di questa voluttà dell’inferno».