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Undici tesi sul comunismo possibile – La sintesi della ‘Conferenza di Roma’ di gennaio sul comunismo raccolta dal Collettivo c17

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il manifesto Alias 18.11.17
Undici tesi sul comunismo possibile
Il documento. La sintesi della “Conferenza di Roma” sul comunismo la cui potenza programmatica è stata raccolta dal collettivo C17 in undici tesi
Collettivo C17 [Qui il programma della conferenza, i relatori e le sentisi degli interventi]

[C17 è una associazione e una rete di ricercatrici e ricercatori italiane/i indipendenti e universitari, attiviste/i dei movimenti sociali, scrittrici e scrittori, editori, giornaliste/i. L’hanno costituita e fin qui animata: Riccardo Antoniucci, Francesco Brancaccio, Ilaria Bussoni, Alberto De Nicola, Giovanna Ferrara, Dario Gentili, Fabio Gianfrancesco, Federica Giardini, Chiara Giorgi, Nicolas Martino, Marina Montanelli, Vincenzo Ostuni, Gabriele Pedullà, Biagio Quattrocchi, Francesco Raparelli, Tania Rispoli.]

1.Spettro
Dove è al potere il Partito Comunista, il comunismo è scomparso da un pezzo. Vigono mercato e sfruttamento, ma senza parlamenti e libera opinione.
Il comunismo è una storia degenerata, sconfitta, rimossa; in Europa e nel mondo.
Raramente capita che una sconfitta sia ancora uno spettro, abbia la capacità di spaventare ancora: è il caso, raro, del comunismo. La parola è impronunciabile, il senso o il progetto difficili da chiarire.
Il nemico, però, continua ad avere le idee chiare; sicuramente non è terrorizzato come nel 1848, e di certo ha imparato a prevenire. Il capitalismo contemporaneo spaventa per non essere spaventato.
Sappiamo, da Hobbes in poi, che la paura costituisce il sovrano: oggi la paura, il ricatto permanente delle vite precarie, rendono possibile lo sfruttamento.
Ma se così è, c’è qualcosa che non torna: le vite, pure precarie e sempre al lavoro, sono un pericolo, oltre a essere in pericolo.
Comunismo è il nome di questa eccedenza che, nonostante tutto, continua a far paura.
La vittoria del capitale, come una nemesi, non smette di produrre questa eccedenza (di relazioni, mobilità, forza-invenzione, cooperazione produttiva, ecc.).
La vittoria del capitale, come una nemesi, non smette di produrre le condizioni oggettive del comunismo: la riduzione del «lavoro necessario» alla riproduzione sociale della forza-lavoro.

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Due articoli sulla mostra padovana su Galileo Galilei

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Repubblica 18.11.17
A Padova si inaugura oggi una mostra sul padre del metodo sperimentale: l’inventore, il letterato ma anche l’uomo che ha cambiato la visione dell’universo.
L’altro Galileo, scienza e arte. Dipinti, video, oggetti e disegni in un viaggio lungo sette secoli Dopo di lui il cielo non fu più lo stesso, passammo dagli astrologi agli astronomi
di Raffaella De Santis

C’è stato un momento a partire dal quale il cielo non è stato più lo stesso. La Luna, i pianeti, la via Lattea, il Sole sono cambiati da quando Galileo Galilei ha puntato il suo cannocchiale in alto e li ha guardati in un altro modo. In quell’esatto momento il cielo è passato dagli astrologi agli astronomi, dalle narrazioni simboliche all’osservazione scientifica. A Padova si inaugura oggi una mostra interamente dedicata a Galileo Galilei, curata da Giovanni Carlo Federico Villa e Stefan Weppelmann (“Rivoluzione Galileo. L’arte incontra la scienza”, Palazzo del Monte di Pietà, fino al 18 marzo), che ha al centro proprio il rapporto tra uomo e universo. La mostra è un viaggio nella storia dell’arte su Galileo, scienziato e letterato, matematico e artista, amante degli astri e di Ariosto. Dice Villa: «Galilei è l’ultimo degli uomini del Rinascimento e il primo della modernità». L’ingresso è affidato ai versi di Primo Levi dedicati al Sidereus Nuncius di Galilei: «Ho visto Venere bicorne / Navigare soave nel sereno / Ho visto valli e monti sulla Luna / E Saturno trigemino / Io, Galileo, primo fra gli umani…».
Il Sidereus Nuncius, che aprirà lo scontro con la Chiesa, era stato pubblicato nel 1610. Galileo, allora professore di matematica a Padova, dove insegnò per 18 anni, era stato il primo ad osservare con un cannocchiale da lui costruito la Luna. Per un anno aveva puntato il suo strumento sul cielo, scoprendo, tra le altre cose, che la Luna aveva monti, valli, asprezze, che la rendevano simile alla Terra.
La mostra è un percorso concettuale ed estetico dal cielo prima di Galileo al cielo dopo Galileo, dai testi astrologici di Igino e Sacrobosco ai disegni astronomici di Leonardo, dall’Origine della via Lattea di Rubens, in cui la galassia alla quale appartiene il sistema solare è ancora mitologicamente avvinta al seno di Era, agli acquerelli e agli schizzi dello stesso Galilei. È esposto per la prima volta anche il ritratto dello scienziato dipinto da Santi di Tito. Dopo aver puntato un cannocchiale sulla superficie lunare è difficile dipingere il satellite come si faceva prima. Con il passare del tempo pittori come Gaetano Previati ( La danza delle ore), Pellizza Da Volpedo ( Il sole nascente) o Giacomo Balla ( Mercurio passa davanti al sole) tentano di rendere con le immagini quello che aveva studiato Galileo. «Anche la scomposizione della luce attraverso la tecnica pittorica divisionista ha alle spalle l’osservazione scientifica galileiana», spiega Villa, professore di storia dell’arte a Bergamo e curatore negli anni di grandi mostre, tra le quali quelle su Antonello da Messina, Giovanni Bellini, Lorenzo Lotto, Tintoretto e Tiziano.

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Heidegger filosofo del Reich fino al 1942: il libro di Miriam Wildenauer sul nazismo degli accademici

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Corriere 17.11.17
Rivelazioni
Heidegger filosofo del Reich fino al 1942
Per otto anni partecipò a una commissione ufficiale presieduta dal criminale di guerra Hans Frank
di Antonio Carioti

Durante il Terzo Reich, anche dopo le sue dimissioni da rettore dell’Università di Friburgo il 27 aprile 1934, Martin Heidegger non rimase affatto estraneo al regime. Anzi partecipò per almeno otto anni, fino al luglio 1942, a una commissione per la filosofia del diritto che ebbe un ruolo di rilievo nella nazificazione del sistema giuridico. Un organismo presieduto dal famigerato Hans Frank, futuro governatore della Polonia occupata durante la guerra, di cui facevano parte figure come Alfred Rosenberg, ideologo antisemita, e il famoso giurista Carl Schmitt.
La circostanza non era ignota, ma ora un lavoro della studiosa tedesca Miriam Wildenauer sul nazismo degli accademici, in uscita il prossimo anno, approfondisce la questione. In particolare emerge che Heidegger era ancora membro della commissione (i cui verbali non sono stati reperiti) nell’estate del 1942, quando era già stata avviata la Soluzione finale del problema ebraico attraverso lo sterminio.
«Non si tratta di un dettaglio biografico, ma di una notizia molto rilevante», osserva Donatella Di Cesare, autrice del libro Heidegger e gli ebrei (Bollati Boringhieri), in cui denuncia l’orientamento antisemita del pensatore analizzando i suoi Quaderni neri, taccuini filosofici rimasti a lungo inediti. La coincidenza tra la stesura di quegli appunti e la partecipazione alla commissione, a suo parere, è assai significativa: «Non si può più descrivere Heidegger come un apolitico, perché emerge chiaramente che era coinvolto appieno nell’ambiente intellettuale da cui vennero elaborate le leggi razziali di Norimberga del 1935, premessa necessaria della Shoah. Le sue responsabilità non sono quindi minori rispetto a quelle di Schmitt, che a differenza di lui venne messo sotto accusa dopo la guerra».
Il problema, secondo Donatella Di Cesare, riguarda anche la storiografia: «Colpisce che un fatto così grave venga alla luce soltanto adesso: mi domando come mai in Germania per tanti anni nessuno abbia svolto ricerche sull’argomento».

‘Una questione privata’ dei fratelli Taviani. La recensione di Eddie Bertozzi de ‘Gli spietati’

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UNA QUESTIONE PRIVATA – di Paolo Taviani

PRODUZIONE: Italia/ Francia 2017   GENERE: Drammatico DURATA: 84′ INTERPRETI: Luca Marinelli, Valentina Bellè, Lorenzo Richelmy, Anna Ferruzzo SCENEGGIATURA: Paolo e Vittorio Taviani TRATTO dall’omonimo romanzo di Beppe Fenoglio FOTOGRAFIA: Simone Zampagni MONTAGGIO: Roberto Perpignani SCENOGRAFIA: Emita Frigato COSTUMI: Lina Nerli Taviani, Valentina Taviani COLONNA SONORA: Giuliano Taviani, Carmelo Travia

TRAMA

Piemonte 1943. Milton l’introverso e Giorgio il bello sono migliori amici e sono entrambi innamorati di Fulvia. La guerra li porta a diventare partigiani, ma un giorno Milton incontra per caso la governante della ragazza, la quale che gli insinua un dubbio: Fulvia, forse, ha avuto una storia con Giorgio. Per Milton si ferma tutto, non c’è più guerra né lotta partigiana: deve solo trovare Giorgio e chiedergli se è vero. Ma l’amico è prigioniero dei fascisti…

RECENSIONE
Il tempo è una macchina implacabile e, quasi alla soglia dei novant’anni, anche la coppia di registi più importante del cinema italiano deve farne i conti. Scritto da entrambi i fratelli, Una questione privata è il primo film dei Taviani ad essere diretto solo da Paolo, mentre Vittorio è costretto a letto dalle precarie condizioni di salute – eppure, come sottolinea il regista, è ancora, a tutti gli effetti, un film “dei fratelli Taviani”. Se il tempo, immancabilmente, segna il corpo e la salute, sembra invece non riuscire a scalfire l’opera dei fratelli la quale, al netto dei suoi difetti, rimane significativa. Significativa sì, ma non per partito preso, non per un rispetto critico dovuto a fronte di una filmografia lunga oltre cinquant’anni. Come già ampiamente dimostrato con il sorprendente exploit di Cesare deve morire (2012), i Taviani non sono interessati ad adagiarsi su una poetica-monolite, quella del “solito film” stantio ma inattaccabile. Tornano ad affrontare un vecchio tema, la guerra e la resistenza partigiana, come ne La notte di San Lorenzo (1982), ma Una questione privata scandaglia in realtà tutto un altro territorio, dimostrando che dietro al loro cinema c’è ancora – e prima di tutto – un pensiero inesausto, una riflessione che si rinnova, e un’idea di regia che nei momenti migliori sa aprirsi a squarci autoriali anche fulminanti.

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Nietzsche ovvero il signor N. – L’interpretazione di Susanna Mati

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Corriere 10.11.17
La lettura di Susanna Mati. Nietzsche ovvero il signor N.
di Paola Capriolo

Nello sterminato panorama degli studi dedicati all’autore dello Zarathustra, il recente Friedrich Nietzsche di Susanna Mati (Feltrinelli, pp. 186, e 14) occupa una posizione particolare, distinguendosi nettamente da quelle interpretazioni che, sulla scia di Heidegger, a partire dagli anni Trenta si sono sforzate di ricondurne il pensiero a un «sistema» filosofico più o meno implicito. Prendendo le mosse da certe intuizioni critiche di Giorgio Colli e Mazzino Montinari, Susanna Mati compie il tentativo opposto: percorrere quest’opera labirintica prendendone assolutamente sul serio lo «stile».
In altre parole, la sua domanda non è: che cosa dice Nietzsche? (una domanda cui è quasi impossibile rispondere in modo univoco di fronte a un filosofo che ha affermato le tesi più contraddittorie), ma piuttosto: in che senso dice ciò che dice? Ovvero, che cosa può mai significare un’affermazione per colui che, annunciando la «morte di Dio» e il congedo da ogni metafisica, è giunto a revocare il valore stesso della verità?
Proprio questa «liquidazione della verità», per dirla con Gottfried Benn, questa impossibilità di affermare una qualsiasi tesi, che fa di Nietzsche «il vero e proprio punto di non ritorno della filosofia occidentale», costituisce la premessa di una lucidissima argomentazione volta a sottolineare il «tratto estetico» del suo pensiero. Non si tratta però, puntualizza Mati, del ritorno a una metafisica dell’arte di stampo romantico, bensì di una «sapienza della parvenza» che avvicina nel modo più ambiguo la figura del pensatore a quella del commediante, di una finzione consapevole di sé e tanto più autentica in quanto votata al naufragio. Così, dalla Nascita della tragedia sino alla catastrofe di Ecce homo , possiamo seguire tappa dopo tappa l’autorappresentazione di questo «giullare dell’eternità» per il quale il pensiero si è trasformato in un gioco di maschere perennemente in bilico sull’ambiguo crinale tra verità e menzogna: fino alla maschera ultima, la follia, «destinata a non essere più tolta da quanto è mimeticamente vera».

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…cento anni dalla Rivoluzione russa: “Cari / compagni posteri! / Rimestando/ nella merda impietrita / di oggi, / scrutando le tenebre dei nostri giorni, / voi, / forse, / domanderete anche di me.” – Majakovskij

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“Cari / compagni posteri! / Rimestando/ nella merda impietrita / di oggi, / scrutando le tenebre dei nostri giorni, / voi, / forse, / domanderete anche di me. / E forse affermerà / il vostro dotto, / coprendo coll’erudizione / lo sciame delle domande, / che, pare, ci sia un certo / cantore dell’acqua bollita, / nemico inveterato dell’acqua naturale. / Professore, / si tolga gli occhiali-biciclo! / Io /stesso racconterò / del tempo / e di me. / Io, vuotacessi / e acquaiolo, / mobilitato e chiamato / dalla rivoluzione, / andai al fronte / dai parchi nobiliari / della poesia, / donnetta capricciosa. / Possedeva un leggiadro giardino: / una figlia, / una villa, / un laghetto, / la calma. “Ho piantato da sola il mio giardino, / da sola lo innaffierò”. / Chi versa versi dall’innaffiatoio, / chi ne spruzza / dalla bocca piena, / riccioluti Mitrèjki, / saccenti Kudrèjki, / chi diavolo li sbroglierà! / Per questa massa non c’è quarantena, / smandolinano sotto le mura: / “Tara-tìna, tarà-tina, / t-en-n …” / Non è soverchio onore / che da siffatte rose / si ergano le mie statue / nei giardinetti / in cui sputa un tubercoloso, / in cui stanno puttane, teppisti / e sifilide. / A me / l’agitpròp / è venuto a noia. / Vergare / Romanze per voi / Sarebbe stato / più lucroso / e più seducente. / Ma io / dominavo / me stesso, schiacciando / la gola / della mia / propria canzone. / Ascoltate, / compagni posteri, / l’agitatore / e lo strillone. / Coprendo / fiumane di poesia, / scavalcherò / i volumetti lirici, / e come un vivo / parlerò ai vivi. / Verrò a voi / nella lontananza comunista / non come / un cantore vate-paladino eseniano. /

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