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‘Una questione privata’ dei fratelli Taviani. La recensione di Eddie Bertozzi de ‘Gli spietati’

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come: una visione

UNA QUESTIONE PRIVATA – di Paolo Taviani

PRODUZIONE: Italia/ Francia 2017   GENERE: Drammatico DURATA: 84′ INTERPRETI: Luca Marinelli, Valentina Bellè, Lorenzo Richelmy, Anna Ferruzzo SCENEGGIATURA: Paolo e Vittorio Taviani TRATTO dall’omonimo romanzo di Beppe Fenoglio FOTOGRAFIA: Simone Zampagni MONTAGGIO: Roberto Perpignani SCENOGRAFIA: Emita Frigato COSTUMI: Lina Nerli Taviani, Valentina Taviani COLONNA SONORA: Giuliano Taviani, Carmelo Travia

TRAMA

Piemonte 1943. Milton l’introverso e Giorgio il bello sono migliori amici e sono entrambi innamorati di Fulvia. La guerra li porta a diventare partigiani, ma un giorno Milton incontra per caso la governante della ragazza, la quale che gli insinua un dubbio: Fulvia, forse, ha avuto una storia con Giorgio. Per Milton si ferma tutto, non c’è più guerra né lotta partigiana: deve solo trovare Giorgio e chiedergli se è vero. Ma l’amico è prigioniero dei fascisti…

RECENSIONE
Il tempo è una macchina implacabile e, quasi alla soglia dei novant’anni, anche la coppia di registi più importante del cinema italiano deve farne i conti. Scritto da entrambi i fratelli, Una questione privata è il primo film dei Taviani ad essere diretto solo da Paolo, mentre Vittorio è costretto a letto dalle precarie condizioni di salute – eppure, come sottolinea il regista, è ancora, a tutti gli effetti, un film “dei fratelli Taviani”. Se il tempo, immancabilmente, segna il corpo e la salute, sembra invece non riuscire a scalfire l’opera dei fratelli la quale, al netto dei suoi difetti, rimane significativa. Significativa sì, ma non per partito preso, non per un rispetto critico dovuto a fronte di una filmografia lunga oltre cinquant’anni. Come già ampiamente dimostrato con il sorprendente exploit di Cesare deve morire (2012), i Taviani non sono interessati ad adagiarsi su una poetica-monolite, quella del “solito film” stantio ma inattaccabile. Tornano ad affrontare un vecchio tema, la guerra e la resistenza partigiana, come ne La notte di San Lorenzo (1982), ma Una questione privata scandaglia in realtà tutto un altro territorio, dimostrando che dietro al loro cinema c’è ancora – e prima di tutto – un pensiero inesausto, una riflessione che si rinnova, e un’idea di regia che nei momenti migliori sa aprirsi a squarci autoriali anche fulminanti.

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Nietzsche ovvero il signor N. – L’interpretazione di Susanna Mati

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come: una traccia

Corriere 10.11.17
La lettura di Susanna Mati. Nietzsche ovvero il signor N.
di Paola Capriolo

Nello sterminato panorama degli studi dedicati all’autore dello Zarathustra, il recente Friedrich Nietzsche di Susanna Mati (Feltrinelli, pp. 186, e 14) occupa una posizione particolare, distinguendosi nettamente da quelle interpretazioni che, sulla scia di Heidegger, a partire dagli anni Trenta si sono sforzate di ricondurne il pensiero a un «sistema» filosofico più o meno implicito. Prendendo le mosse da certe intuizioni critiche di Giorgio Colli e Mazzino Montinari, Susanna Mati compie il tentativo opposto: percorrere quest’opera labirintica prendendone assolutamente sul serio lo «stile».
In altre parole, la sua domanda non è: che cosa dice Nietzsche? (una domanda cui è quasi impossibile rispondere in modo univoco di fronte a un filosofo che ha affermato le tesi più contraddittorie), ma piuttosto: in che senso dice ciò che dice? Ovvero, che cosa può mai significare un’affermazione per colui che, annunciando la «morte di Dio» e il congedo da ogni metafisica, è giunto a revocare il valore stesso della verità?
Proprio questa «liquidazione della verità», per dirla con Gottfried Benn, questa impossibilità di affermare una qualsiasi tesi, che fa di Nietzsche «il vero e proprio punto di non ritorno della filosofia occidentale», costituisce la premessa di una lucidissima argomentazione volta a sottolineare il «tratto estetico» del suo pensiero. Non si tratta però, puntualizza Mati, del ritorno a una metafisica dell’arte di stampo romantico, bensì di una «sapienza della parvenza» che avvicina nel modo più ambiguo la figura del pensatore a quella del commediante, di una finzione consapevole di sé e tanto più autentica in quanto votata al naufragio. Così, dalla Nascita della tragedia sino alla catastrofe di Ecce homo , possiamo seguire tappa dopo tappa l’autorappresentazione di questo «giullare dell’eternità» per il quale il pensiero si è trasformato in un gioco di maschere perennemente in bilico sull’ambiguo crinale tra verità e menzogna: fino alla maschera ultima, la follia, «destinata a non essere più tolta da quanto è mimeticamente vera».

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…cento anni dalla Rivoluzione russa: “Cari / compagni posteri! / Rimestando/ nella merda impietrita / di oggi, / scrutando le tenebre dei nostri giorni, / voi, / forse, / domanderete anche di me.” – Majakovskij

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come: una memoria

“Cari / compagni posteri! / Rimestando/ nella merda impietrita / di oggi, / scrutando le tenebre dei nostri giorni, / voi, / forse, / domanderete anche di me. / E forse affermerà / il vostro dotto, / coprendo coll’erudizione / lo sciame delle domande, / che, pare, ci sia un certo / cantore dell’acqua bollita, / nemico inveterato dell’acqua naturale. / Professore, / si tolga gli occhiali-biciclo! / Io /stesso racconterò / del tempo / e di me. / Io, vuotacessi / e acquaiolo, / mobilitato e chiamato / dalla rivoluzione, / andai al fronte / dai parchi nobiliari / della poesia, / donnetta capricciosa. / Possedeva un leggiadro giardino: / una figlia, / una villa, / un laghetto, / la calma. “Ho piantato da sola il mio giardino, / da sola lo innaffierò”. / Chi versa versi dall’innaffiatoio, / chi ne spruzza / dalla bocca piena, / riccioluti Mitrèjki, / saccenti Kudrèjki, / chi diavolo li sbroglierà! / Per questa massa non c’è quarantena, / smandolinano sotto le mura: / “Tara-tìna, tarà-tina, / t-en-n …” / Non è soverchio onore / che da siffatte rose / si ergano le mie statue / nei giardinetti / in cui sputa un tubercoloso, / in cui stanno puttane, teppisti / e sifilide. / A me / l’agitpròp / è venuto a noia. / Vergare / Romanze per voi / Sarebbe stato / più lucroso / e più seducente. / Ma io / dominavo / me stesso, schiacciando / la gola / della mia / propria canzone. / Ascoltate, / compagni posteri, / l’agitatore / e lo strillone. / Coprendo / fiumane di poesia, / scavalcherò / i volumetti lirici, / e come un vivo / parlerò ai vivi. / Verrò a voi / nella lontananza comunista / non come / un cantore vate-paladino eseniano. /

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Don Giovanni non è più quello di una volta: in un’antologia il mistero del Grande Seduttore

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come: una musica

La Stampa 6.11.17
Don Giovanni non è più quello di una volta
Da Tirso de Molina a Mozart, da Molière a Marinetti in un’antologia il mistero del Grande Seduttore Così diverso dai molestatori seriali di questi giorni
di Elena Loewenthal

Il momento è più delicato che mai, per sollevare l’argomento. Ma proprio per questo non si può negare che capiti a proposito. Di questi giorni fare il nome di Don Giovanni evoca all’istante orchi panciuti e potenti dello star system affetti da irrefrenabili esuberi ormonali. Ma tra l’eroe mozartiano (e non solo!), conquistatore di femmine per antonomasia, e la pletora di molestatori seriali di cui ultimamente si sono riempite le pagine dei giornali corre una enorme distanza. Se non altro perché uno è un eroe, e l’altro no.
In questo gioco di affinità (pochissime) e contrasti (molti) è decisamente puntuale la ricca antologia Sulle orme di Don Giovanni che Guido Davico Bonino ha curato per Nino Aragno Editore: quasi 500 pagine per un viaggio vario e appassionante nella figura del maschio più impenitente di tutti, da Tirso de Molina (1579-1648) a Odon von Horvath (1901-1936), attraverso libretti d’opera, commedie, elegie, racconti, ritratti, echi. «Com’è possibile definire Don Giovanni, un personaggio di pura invenzione, che nonostante ciò ha affascinato drammaturghi, librettisti, narratori dal Seicento al Duemila, per circa quattro secoli?», si domanda la Premessa dello studioso. E davvero gli ingredienti di questo enigma tutto letterario sono tanti, almeno quante le diverse risposte che affiorano dalle pagine. Chi, cos’è Don Giovanni? Un «ribelle», «profano dell’esistenza… come non sopporta di sentirsi vincolato da un’affettività reciproca ed esclusiva, così non tollera di doversi mostrare rispettoso verso un’Entità superiore», e diventa scandaloso.
Personaggio complesso
Ma forse lo scandalo vero di Don Giovanni è la sua complessità, così come l’hanno dipinta in tantissimi – dall’indimenticabile libretto di Lorenzo Da Ponte per Mozart a Baudelaire, da Goldoni a Balzac, da Dumas a Puskin a Flaubert, da Molière a Byron, per arrivare a Rilke, Pirandello e Marinetti con il suo (attuale? Eccome!) prontuario del 1917 Come si seducono le donne: «Eccellente terreno di conversazione per un uomo ardito e intuitivo è l’elogio sfacciato, senza mezzi termini, del corpo della donna e della sua eleganza». Una complessità così diversa da quella dello sciupafemmine di oggi, che sia un calciatore o un produttore cinematografico. Una complessità che evoca simpatia e orrore, che spiazza perché non la capisci mai fino in fondo. E che in fondo, ma che la cosa resti tra noi donne, incuriosisce.

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Heidegger spiegato dai “Quaderni neri” – di Costantino Esposito

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come: una traccia

Heidegger spiegato dai “Quaderni neri”

Avvenire, 26.10.2017

Nell’arco di tempo che va dal 1931 al 1948, un periodo cruciale per la storia europea e mondiale, ma anche per la sua vicenda personale, Heidegger accompagnò la sua attività di ricerca e di insegnamento con la redazione ininterrotta di una serie di taccuini denominati Quaderni neri, a motivo del fatto che si trattava materialmente di quaderni rivestiti di una tela di colore nero. Vi annotava riflessioni su problemi e prospettive del pensiero filosofico, ma al tempo stesso (e spesso in maniera intrecciata) fermava pensieri legati alla situazione storica, culturale e politica coeva. Questo ne fa un documento strano, ma estremamente interessante, come un cantiere di problemi aperti, uno zibaldone di considerazioni sulle sfide dell’epoca e un laboratorio sperimentale su nuove vie da tentare col pensiero. Al tempo stesso, tuttavia, Heidegger non considerava tali Quaderni solo come dei block-notes privati, ma li redigeva e li curava con una certa sistematicità, se è vero per esempio che in diversi di essi provvede a stilare egli stesso degli indici finali degli argomenti, e non manca di segnalare spesso rimandi interni e riferimenti ad altre sue opere e trattati (e viceversa anche in questi ultimi rimanda ai Quaderni). Come scrive lo stesso Heidegger in esergo al primo Quaderno pubblicato: «Le annotazioni dei Quaderni neri sono, nel loro nocciolo, dei tentativi di un semplice nominare – non sono enunciati, tanto meno appunti per un sistema già pianificato». Una prima serie di Quaderni, quelli che vanno dal 1931 al 1941 (in 3 volumi) portano il titolo di “Riflessioni” (Überlegungen),mentre quelli che vanno dal 1942 al 1948 (in un volume) sono denominati “Annotazioni” (Anmerkungen). Sappiamo però che diversi altri furono redatti da Heidegger fino agli inizi degli anni Settanta, con titoli differenti, di cui è prevista la pubblicazione in altri cinque volumi (per un totale complessivo di 34 Quaderni). Una grande mole di dattiloscritti che lo stesso Heidegger aveva raccomandato di pubblicare solo al termine della pubblicazione dell’intera Gesamtausgabe. Ma perché questa decisione? Forse la spiegazione sta in un’altra indicazione di Heidegger, il quale aveva predisposto che i Contributi alla filosofia e gli altri trattati risalenti agli anni Trenta e Quaranta, nei quali viene impostata e sviluppata la prospettiva di un «pensiero della storia dell’essere» (e rientranti nella III sezione dell’Edizione completa) fossero resi noti solo dopo la pubblicazione dei corsi universitari (II sezione), perché i primi tentavano un altro inizio del pensiero, che presupponeva e insieme “oltrepassava”, anche a livello linguistico, il primo inizio (metafisico) praticato ancora nei corsi accademici.

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Vichy non fu solo infamia. Una riflessione del filosofo israeliano Avishai Margalit

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Corriere 1.11.17
Vichy non fu solo infamia
Il filosofo israeliano Avishai Margalit pone alcune questioni molto spinose in un saggio edito da Einaudi. Il collaborazionismo perseguitò gli ebrei e tradì l’eredità dell’illuminismo ma evitò alla Francia la sorte terribile della Polonia – di Paolo Mieli

Il regime di Pétain ebbe vasti consensi e alleviò gli orrori dell’occupazione

Fu tradimento quello di Pétain che collaborò con la Germania nazista, dopo la sconfitta dell’esercito francese ad opera delle truppe hitleriane (maggio del 1940)? E chi può essersi considerato tradito, se la stragrande maggioranza dei francesi — nonché il loro Parlamento eletto nella seconda metà degli anni Trenta in condizioni democratiche — si schierarono dalla parte del maresciallo? È l’interessante interrogativo posto da Avishai Margalit nella parte centrale del libro Sul tradimento, che Einaudi sta per dare alle stampe con l’eccellente traduzione di Barbara Del Mercato e Dario Ferrari. Margalit mette a paragone il destino che toccò in quello stesso frangente storico alla Polonia (brutalmente sottomessa e colonizzata dai tedeschi) e quello della Francia a cui fu, appunto, concessa l’«opportunità di collaborare» con gli invasori. Opportunità fatta propria da gran parte dei francesi, i quali considerarono un fatto positivo che i tedeschi avessero lasciato al regime di Vichy l’amministrazione di ben quattro quinti del territorio nazionale. Ma a cui si mise di traverso il generale de Gaulle, con l’effetto di essere considerato per lungo tempo egli stesso un «traditore»: traditore della volontà della maggioranza dei suoi connazionali. Eppure il collaborazionismo, scrive Margalit, è per definizione «l’associazione con il nemico», e perciò «la forma più odiosa di collaborazionismo è il tradimento da parte di individui o gruppi che condividono l’ideologia dei vincitori». Questo collaborazionismo «è più ripugnante di quello che segue un tornaconto personale, dato che il tradimento qui non consiste solo nell’aiutare il nemico, ma ne sostiene anche la superiorità spirituale, anziché limitarsi a constatarne la superiorità della forza militare». Inoltre, «l’identificazione ideologica con il nemico offre una giustificazione al fatto che gli occupanti tengano ben stretti gli artigli sulle proprie prede».

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